Il Capitano Giannini Giovanni tra Patria, famiglia e dovere

Il Capitano Giannini Giovanni tra Patria, famiglia e dovere

La figura dell’eroe che si sacrifica va sempre vista come un simbolo di grande valore umano, rappresentando il coraggio, sacrificio e l’altruismo nel compiere azioni straordinarie. Tuttavia, è importante ricordare che, nel contesto del fascismo, il sacrificio di questi uomini era spesso presentato come un atto di lealtà totale al regime, nascondendo, dietro l’immolazione, le violenze e l’oppressione imposte dal fascismo. D’altro canto, la storia del Capitano Giovanni Giannini, nostro concittadino, mi fa ritenere che molti combattenti sacrificassero la propria vita vedendo la guerra come un modo per difendere la loro Patria e la loro famiglia, prescindendo dalle motivazioni politiche e dalle crudeltà del regime a cui stavano obbedendo.

Capitano Giovanni Giannini (1913 - 1942)

Il Capitano Giovanni Giannini nacque a Foggia il 25 maggio 1913, dove compì i suoi studi. All’età di venti anni si iscrisse al G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti), un’organizzazione che aveva lo scopo di educare la gioventù universitaria italiana alla dottrina fascista, anche attraverso attività sportive. Nel febbraio del 1936, già sottotenente pilota, partì volontario per la guerra antiboscevica in Spagna, dove si distinsero subito le sue doti di pilota durante gli innumerevoli combattimenti a cui partecipò, tanto da meritare dal Governo spagnolo la decorazione della Cruz Laureada de San Fernando, la più alta e ambita onorificenza militare spagnola. Appena tornato in Italia, venne nominato ufficiale in servizio permanente effettivo per meriti di guerra.

Nel giugno del 1941, con il grado di Capitano, fu inviato in Libia al comando di una squadriglia, dove si distinse ancora per il suo spirito combattivo e la sua innata fede patriottica, sentimenti che si possono apprezzare nelle sue lettere indirizzate ai familiari. Così scrive a suo fratello Luigi: “Io credo di essere l’uomo più felice del mondo: cosa può desiderare un giovane, quando è giunto ad essere capitano di una squadriglia da caccia come la mia?”. E ancora in una lettera del 24 giugno 1941_: “Tu sai, caro fratello, quanto sia grande la mia passione per il volo e puoi immaginare come mi impegni nell’addestramento dei miei giovani piloti, che sicuramente daranno filo da torcere agli Inglesi”._

Il 13 agosto scrive ancora: “Ora mi trovo in Africa e ti scrivo dalla tenda della mia squadriglia. Sono felice, poiché questa è la vita che fa per me. Ho sempre desiderato fare un po’ di Africa e alla fine ci sono riuscito. Ho ripreso in pieno la vita di guerra, la vita che tutti i piloti d’Italia preferiscono. Un mese fa, raffreddato e con la febbre, ho continuato a svolgere la mia attività e non sono mai mancato al posto del mio dovere”. Nonostante le sue energie fisiche erano precarie, il Capitano Giannini non volle rinunciare a nessun volo di guerra e non cedette mai il comando della sua squadriglia, alla quale aveva dedicato tutte le sue forze per addestrarla.

Nel gennaio del 1942 scrive al fratello_: “Hai ragione di rimproverarmi per il modo in cui trascuro la mia salute. Siamo perfettamente d’accordo che dovrei chiedere una licenza per riposarmi, ma come ti ho ripetuto tante volte, continuo a non chiederla, anzi a rifiutarla, poiché mi riposerò solo quando il mio reparto avrà il meritato riposo. Mi sento un leone, mi sento pieno di energie e di entusiasmo. Non mi lamento nemmeno quando non ne posso più”_. Durante la sua missione in guerra non chiese né accettò mai una licenza, nemmeno quando la sua condizione di salute peggiorò a causa di un afflusso di sangue al polmone destro.

“Rimpatrierò quando rimpatrierà il gruppo. Mi vergognerei se accettassi di tornare in Italia prima. La guerra è sacrificio, soprattutto. Tutti gli affetti vengono dopo il dovere di servire degnamente la Patria. Perciò devi continuare a tranquillizzare la mamma, che anch’io non vedo l’ora di riabbracciare. Ritornerò, ne sono certo”.

Parole scritte dal Capitano Giannini a tergo della fotografia inviata al fratello Luigi.

Si prodigò con entusiasmo giovanile fino al limite delle sue forze. Si impegnò con coraggio e passione, affrontando rischi e sacrifici. Nel cielo che lo vide combattere in Libia si spense ogni certezza del suo ritorno a casa il 30 giugno del 1942. Fu insignito della Medaglia di Bronzo con la seguente motivazione: “Ardito pilota da caccia in crociera isolata, a bordo del suo biplano Fiat C.R.42 e a circa 100 km dalla costa, assaliva un avversario abbattendolo dopo aspro combattimento” (Cielo del Mediterraneo occidentale, 27 novembre 1940).

Scritto da Romeo Brescia

Pubblicato il: 29 Nov 2024