LA MALARIA NEL TAVOLIERE
di Raffaele de Seneen e Romeo Brescia
In origine “mal aria” o paludismo perché si pensava che questa diffusa e micidiale malattia fosse causata dall’aria cattiva, dai miasmi provenienti dalle paludi.
E il nostro Tavoliere, fine ‘800 – inizi ‘900, abbondava di acquitrini e pantani incrementati anche dalle esondazioni stagionali di corsi d’acqua capricciosi a carattere torrentizio come il Cervaro, Salsola, Candelaro, Carapelle e Carapellotto, esondazioni che poi ristagnavano per lungo tempo su quei terreni saldi tenuti ingessati da secoli di pastorizia transumante.
Le acque sorgive che spesso affioravano nel Tavoliere, associato alle poche pendenze del territorio tendenzialmente pianeggiante, davano forma alle così dette “marane”; in definitiva si trattava di grandi specchi acquitrinosi che si estendevano tra le campagne della pianura. Questo fenomeno associato al poco deflusso delle acque e il continuo stazionamento di animali come bufali e bovini, contribuiva favorevolmente al proliferarsi della zanzara malarigena. Infatti si deve principalmente alle marane se la malaria era diffusa su tutto il Tavoliere. Di seguito ricordiamo quelle che furono le più importati per grandezza: Maraone, Cutino, Contessa, Peluso, La Pescia, Pidocchiosa e Castello.
Fu solo nel 1898 che Gian Battista Grassi identificò il vettore della malaria nella zanzara anofele che trasmetteva il parassita che poi provocava nell’infettato forti oscillazioni termiche, quindi brividi improvvisi in concomitanza con l’aumento della temperatura corporea, a seguire irrigidimento e febbre anche oltre i 40°, quindi sudorazione.
Naturalmente erano gli abitanti e i lavoratori delle campagne i più soggetti a contrarre la malattia. Una malattia lunga e debilitante che spesso portava alla morte accanendosi particolarmente nei confronti dei bambini
Fu per questo che nel 1927 la Cattedra di Agricoltura di Foggia istituì, presso i propri locali situati in via Galiani n°1, un Laboratorio Antimalarico, con a capo un medico, gestito dalla Croce Rossa Italiana, che in seguito, fra il 1929 e il 1930 si ramificò sul territorio dell’intera Provincia con alcuni Dispensari antimalarici.
I Dispensari, con un infermiere dotato di bicicletta, avevano un raggio di azione di circa 5 chilometri entro i quali i punti di riferimento erano costituiti dalle masserie e dalle aziende agrarie lì ricadenti:
AMBULATORIO I – Incoronata, con sede in locali adiacenti al Santuario
AMBULATORIO II – Vallescura, località Arpinova, con sede nei locali appartenenti al Genio Civile
AMBULATORIO III – Posta Pedone, nell’omonima masseria, I locali messi a disposizione dall’avv. Antonio Pedone
AMBULATORIO IV – Posta La Via, nell’omonima azienda agraria
AMBULATORIO V – Cerignola campagna, presso la stazione di Cerignola campagna
AMBULATORIO VI – Santa Chiara, presso l’Az. Santa Chiara (Margherita di S.-Trinitapoli).
Le suddette strutture coprivano un comprensorio di oltre 40.000 ettari, quella presso il Santuario dell’Incoronata era l’unica a carattere temporaneo, infatti veniva attivata quando in zona c’era la compresenza di un gran numero di persone, quindi durante il periodo dei pellegrinaggi al Santuario e in occasione di particolari lavori agricoli: aratura, semina e raccolta del grano.
Tra le poche tracce rimaste siamo riusciti, con l’aiuto dell’amico Francesco Delli Carri, a fotografare la lapide che ancora oggi permane tra gli incisivi cambiamenti strutturali del complesso masseriale di Posta Pedone, oggi Azienda Onoranza. La lapide ricorda la volontà dell’allora proprietario, l’Avv. Antonio Pedone, di mettere a disposizione del governo alcuni locali dell’azienda che furono adibiti come ambulatorio medico per la distribuzione del chinino, sotto la guida del Dott. Ennio Santoboni, in quegli anni Direttore dei Servizi Antimalarici della C.R.I. di Foggia.
Fra i rimedi conosciuti all’epoca il chinino, ricavato dalla corteccia dell’albero della china peruviana, fu di indispensabile aiuto tanto che il 23 dicembre 1900 l’Italia adotta la prima legge (n. 505) per combattere la malaria, nasce così il “Chinino di Stato”, cioè la distribuzione su larga scala ed a prezzi controllati in tutti gli spacci di sali e tabacchi del chinino prodotto nello stabilimento del Monopolio di Stato di Torino.
Nel territorio Dauno, per la cura della malaria, venne adottato il metodo studiato dal prof. Alberto Missiroli, medico igienista (Cervia, 27 luglio 1883 – Roma, 18 luglio 1951). Detta cura consisteva nella somministrazione del chinino per 60 giorni con tempi e modi dettati da un protocollo studiato appositamente e più adatto alle nostre zone.
L’erogazione del chinino, in determinate zone del Paese e per particolari prestazioni lavorative, entrò anche nella contrattazione collettiva con l’obbligo per il datore di lavoro di fornire ai dipendenti il farmaco, o, in sostituzione, monetizzarlo con un’apposita “Indennità di chinino”.














