Masseria Vaccarella

MASSERIA VACCARELLA

di Raffaele de Seneen  e  Romeo Brescia

La Fondazione Siniscalco-Ceci Emmaus Onlus conta all’interno del suo patrimonio numerose masserie tra queste Masseria Vaccarella situata in agro di Lucera a confine con quello di Foggia.

I terreni di questa masseria insistono nell’omonima località dove, nel 2008, a seguito dei lavori di raddoppio della linea ferroviaria Foggia-Lucera, sono venuti alla luce i resti di un villaggio trincerato neolitico denominato “Masseria Fragella”

 Allo stato attuale questa masseria versa in condizioni di assoluto abbandono, anche se i resti sono espressione di un’organizzazione geo-economica legata al latifondo.

 La Fondazione ha in corso uno studio/progetto al fine di reperire i fondi necessari a ristrutturare questo edificio che racconta la tradizione agricola del nostro territorio.

La presenza di una chiesa di importanti dimensioni, la fattura degli interni, i resti degli affreschi alle pareti, l’elegante campanile danno l’idea di un complesso grande ed importante sicuro riferimento a scopi religiosi di gente e realtà vicine.

La facciata della chiesa  presenta un ampio portale ligneo con architrave sorretto dai piedritti verticali in pietra naturale.

L’interno della Chiesa a navata unica presenta le pareti scandite da lesene con capitelli lavorati e cornici lineari in stucco lungo tutto il perimetro. Risulta decorata sempre da cornici anche la volta a botte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’attività principale dell’azienda rivolta principalmente alla coltivazione di cereali viene attestata dalla presenza sull’aia di fosse.

Le foto che seguono mettono in evidenza la loro fattura tipica, realizzate con cocci di terracotta alternati a ciottoli di crusta e rifinite con uno strato di malta, presumibile la loro forma conica.

 

 

 

 

 

 

E se si coltiva il grano, c’è anche la paglia stoccata e conservata nel “Lamione” o “Meta chiusa”, un grosso ambiente per metà al disotto del piano campagna, incorporato nella sequele dei fabbricati.

Risalta la bella “tessitura” delle mura: file di tufi intervallate a file di mattoncini in terracotta. Architrave portante e piedritti in pietra che conservano ancora i cardini in ferro di un portone che non c’è più.

Al centro del complesso masseriale, ancora oggi, resta in piedi il prospetto della casa padronale. Quasi sempre questi locali sono gli unici che raggiungono i due piani fuori terra. Evidenti le feritoie difensive poste ai lati della finestra, l’architrave in pietra dell’ingresso “riposa” appoggiato su uno stipite.

Stalle

Colombaia

La colombaia è un elemento “architettonico rurale” di origine antichissima, molto comune nelle masserie del Tavoliere. Sembra che trovi la sua origine in epoca Federiciana, infatti l’immagine di una torre colombaia si trova nel trattato di falconeria di Federico II, “De arte venandi cum avibus”, epoca in cui i colombi erano utilizzati per addestrare il falco alla cattura della selvaggina e per addestrarsi al tiro con l’arco e la balestra, non disdegnava anche l’utilizzo delle sue carni per un buon piatto di cucina.

Con il passar del tempo questi pregevoli manufatti di edilizia rurale diventarono sempre più un elemento espressivo della condizione sociale e del potere dei grandi proprietari terrieri. I locali che ospitavano i colombi sono di facile individuazione, si distinguono per le ripetute cellette che ornano le pareti interne o esterne, dove centinaia di coppie costruivano il loro nido per la cova.

La colombaia spesso ben organizzata era munita di un ampio ingresso in modo da permettere la raccolta degli escrementi che a loro volta venivano utilizzati per concimare le culture in quanto ricchi di fosforo, ottimo anche per la concia delle pelli per il contenuto di ammoniaca che agisce come agente emolliente al fine di renderla più malleabile e quindi facilmente colorabile.

Fino a qualche decennio fa la carne di colombo non mancava sulle nostre tavole, in particolare sulla tavola del contadino. L’allevamento di questo volatile non richiedeva particolari cure e si rivelava fonte sicura e a buon mercato di proteine. Fra l’altro, l’allevamento non comportava spese per il fabbisogno alimentare, per il loro stato libero riuscivano a procurarselo naturalmente nella campagna circostante. La sua carne pregiatissima era considerata alimento toccasana per i più piccoli, anziani e malati. Un brodo di colombino era l’ideale per sostenere una donna appena partorita.  

Con l’avvento delle nuove tecnologie, che soppiantano sempre più l’uso di manodopera in agricoltura, le masserie sono rimaste disabitate e abbandonate ad un inesorabile degrado, ma in alcune di esse semi-diroccate si trovano ancora piccole colonie di questi volatili, a testimonianza della vita che un tempo si viveva in questi luoghi.