LA SPIGOLATRICE IN UNA FOTO CHE FA MEMORIA


Romeo Brescia


Il display del telefono si illumina e, con un semplice tocco, la bacheca del social network scorre via tra immagini veloci. Poi, all’improvviso, una foto pubblicata dalla carissima amica Antonietta cattura lo sguardo e, come per magia, la mente si sgancia dal presente e viene catapultata in un film, già visto e vissuto, di un tempo che sembrava perduto.


L’immagine ritrae i suoi nonni, Alfonso Morelli e la moglie Antonietta, due umili contadini dai volti solcati dal sole e dalle mani segnate dalla fatica. Sono davanti alla porta della loro abitazione, un piano terra di via Sant’Antonio a Foggia. Antonietta tiene tra le mani un farinaccio, il grande setaccio di legno e rete usato per pulire il grano; Alfonso è seduto a terra, accanto a un piccolo mucchio di grano. Insieme stanno separando il grano buono dalla paglia e dalla pula.
Ma quel grano ha una storia speciale. Non viene da un sacco comprato al mercato e nemmeno da un raccolto ottenuto da un campo appena mietuto. È il frutto prezioso della spigolatura nei campi del Tavoliere.
Ed è proprio allora che il film della memoria comincia a girare. Si torna indietro, a quando la spigolatura rappresentava l’ultimo atto di una lunga fatica agricola, ma anche un gesto di solidarietà, una necessità vitale per le famiglie più povere.
Terminata la grande mietitura, quando i contadini avevano liberato i campi sai covoni portandoli sull’aia della masseria, arrivavano i terrazzani e le donne delle famiglie più umili. All’alba entravano nelle immense distese di grano ormai mietuto per raccogliere ciò che era rimasto a terra. Una spiga, poi un’altra e un’altra ancora.
Si camminava tra le stoppie taglienti, ci si piegava mille volte, con la schiena curva e le mani pazienti, fino a raccogliere abbastanza spighe da formare un piccolo mazzetto che si stringeva in un pugno.
Niente doveva andare perduto. In quel gesto semplice e faticoso c’era tutta la durezza della vita contadina, ma anche un profondo rispetto per la terra e per ciò che essa poteva ancora offrire. Ogni spiga raccolta significava qualche chicco in più; ogni chicco poteva diventare farina, pane, nutrimento. Era una piccola scorta per l’inverno, una garanzia per la famiglia, una promessa di futuro per i figli.
La spigolatura, dunque, non era soltanto una consuetudine. In una società segnata dalla povertà, rappresentava per molte famiglie una risorsa indispensabile. La possibilità di raccogliere le spighe rimaste nei campi dopo la mietitura era legata anche a una tradizione di solidarietà rurale e, in determinati contesti storici, a disposizioni che garantivano alle popolazioni più povere l’accesso ai terreni una volta concluso il raccolto. Era un tacito patto tra la terra, chi la possedeva e chi aveva bisogno di quel poco che restava.
Le donne spigolatrici conoscevano bene i campi, le loro stagioni e i loro ritmi. Partivano quando era ancora buio, raggiungevano le “pezze”, come venivano chiamati i campi già mietuti, e cominciavano a raccogliere appena la luce dell’alba permetteva di distinguere le spighe tra le stoppie.
Per assicurarsi l’accesso ai terreni migliori o mantenere buoni rapporti con la masseria, poteva capitare che prestassero gratuitamente altri servizi. Offrivano al padrone i prodotti spontanei che raccoglievano, come funghi, erbe campestri, lumache e capperi, e si occupavano della preparazione dei pasti per i mietitori. Era un mondo fatto di scambi, di necessità e di rapporti personali, nel quale il lavoro sembrava non avere mai fine.
Poi, finalmente, arrivava il momento di riportare a casa il raccolto. Le spighe venivano conservate nei sacchi e, quando se ne era accumulata una quantità sufficiente, il grano veniva battuto, pulito e preparato per essere portato al mulino. Da quelle poche manciate raccolte una per una nasceva la farina e dalla farina il pane.
Davanti a quella porta di via Sant’Antonio, Alfonso e Antonietta sono lì, chini sul loro piccolo tesoro, il vento leggero porta via la pula più leggera, mentre i chicchi più pesanti cadono nel recipiente con un suono lieve, quasi una pioggia benedetta.
La foto custodita gelosamente da Antonietta diventa così un ponte sospeso nel tempo. Basta guardarla per ritrovare un mondo scomparso: quello dei campi del Tavoliere, delle masserie, delle stoppie bruciate dal sole, delle donne piegate a raccogliere una spiga dopo l’altra e delle famiglie che sapevano dare valore anche al più piccolo dono della terra.
Una cultura che non riguardava soltanto il grano, ma anche le erbe spontanee, i frutti selvatici e tutto ciò che la campagna poteva offrire. I contadini foggiani vivevano spesso in abitazioni umili, talvolta seminterrate, eppure erano fieri della propria capacità di provvedere alla famiglia attraverso il lavoro e le risorse naturali della terra.
Quella figura del raccoglitore, dell’uomo e della donna capaci di riconoscere e valorizzare ogni dono della campagna, oggi può sembrare scomparsa. Sono cambiati i tempi e i modi di vivere, ma quella necessità di recuperare ciò che viene lasciato indietro non è scomparsa: purtroppo, ancora oggi, c’è chi, in forme diverse, vive “spigolando” tra gli sprechi della società moderna.